Perché non riesco a disegnare?

Ciao a tutti, è da un po’ che non scrivo eh? Oggi per onorare questa pausa di un anno e mezzo voglio parlare con voi del temuto “art block”, che sarebbe il blocco dell’artista.

A tutti è capitato: ti trovi di fronte al foglio bianco, con tutto il tempo del mondo a disposizione, ma qualsiasi cosa disegni sembra noiosa, piatta, senza vita, piena di errori che non riesci a correggere. Come quando controlli il tuo respiro e dopo non ti ricordi come facevi a respirare senza pensarci: quello che normalmente è un processo automatico sembra all’improvviso qualcosa di misterioso, e non hai idea di come facevi prima. Ma come respirare, prima o poi ti distrai guardando gif di animaletti e il respiro torna alla normalità.

Ora che siete tornati a respirare senza pensarci partiamo con la domanda fondamentale.

 

Perché mi blocco?

Il blocco può essere condizionato da una quantità di ragioni, tutte psicologiche. Potrebbe essere per un lavoro su commissione che proprio non vi piace, o eventi nella vita privata che non vi lasciano concentrare. Queste sono ragioni con le quali dovete fare i conti da voi, sapete il problema e o lo risolvete o lo ignorate abbastanza a lungo da abituarvi alla situazione. Ma visto che la domanda è “perché mi blocco” allora parliamo di quando capita “senza una buona ragione”, ed è lì che non capiamo e ci disperiamo. Ecco, io sono qui per dirvi che la ragione c’è. Lasciatemi tirare fuori un grafico.

crescita creativa

Quello che vedete è un grafico della crescita creativa a cui siamo sottoposti tutti quanti: la vostra abilità con la matita aumenta (detta “mano”), finché non viene raggiunta dalla vostra capacità di vedere gli errori (detta “occhio”), che supera la mano, che poi recupera, e ri-supera, in un ciclo che va a intersecarsi all’infinito. Semplicemente, nei momenti in cui la mano supera l’occhio, ci sentiamo contenti perché non vediamo errori nel nostro piccolo capolavoro.

Avete mai riguardato a distanza di anni un disegno del quale eravate estremamente fieri, solo per ritrovarvi a chiedervi con quale piede l’avete disegnato? Bene, quel disegno l’avete creato durante la zona verde che vedete sopra. Ora che il vostro occhio è migliorato, vedete errori che prima per voi non c’erano nemmeno.

Nell’altro settore, quello rosso, trovate il perché dei vostri blocchi: qualsiasi cosa facciate, ci sono troppi errori, e non riuscite a risistemarli. La mano non è più all’altezza dell’occhio, semplicemente. Fa molta meno paura ora che sapete perché, vero? E adesso siamo preparati ad affrontare il blocco brutto e cattivo.

 

Allora come posso fare pace con la matita?

Il corso d’azione logico è far sì che l’occhio si stabilizzi, e nel contempo far crescere l’abilità della mano. Ognuno ha i suoi metodi, i suoi ritmi, e potrebbe non funzionare per tutti allo stesso modo, ma il primo passo per la vostra felicità nella vita artistica è accettare il fatto che siamo esseri umani e in quanto tali facciamo errori.

Pensate di essere lucertole, siete stati lenti e la zampa del gatto vi atterra sulla coda. Vi fermate a piagnucolare e chiedere pietà? No, la staccate e ve la filate. Ricresce. Lo stesso vale per gli errori. A volte ci sono battaglie che non potete vincere, e se quella mano non viene proprio come volete nonostante la quantità di tutorial collezionati che Google stesso vi bussa alla porta per dirvi di piantarla, siate lucertole. Filatevela. Accettate che faccia pena, e fate altro.

Fidatevi, è meglio fare 10 brutti disegni che 1 disegno “perfetto”, che tanto tra un paio di mesi vi sembrerà uno sgorbio lo stesso. Non importa. A volte dobbiamo accettare che il nostro meglio non è quello che vorremmo, e continuare. Accettare che a volte le cose non vanno come vorreste è il primo passo per stare più sereni, ed il primo passo per convivere col blocco dell’artista. Perché sì, dovrete conviverci.

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Ma io voglio liberarmene adesso!

“L’erba Voglio cresce solo nel giardino del Re” ve lo hanno mai detto da piccini? Calmatevi, sedetevi, prendete latte e biscotti e soprattutto prendetevi una pausa. Siete svogliati perché nulla vi riesce come vorreste, disegnare non è più divertente? Prendetevi una pausa. Non disegnate per un po’. Ma ad una condizione: mollate per un po’ i siti artistici, non fissatevi col refresh su Tumblr, DeviantArt e chi per loro, lasciate che l’occhio si prenda una pausa, altrimenti continuerete solo a migliorare l’occhio e la mano resta dove sta e non ne uscite.

Fate qualcos’altro, pulite camera, uscite con gli amici, disegnate senza forzare la mano e se non va non va. Come le trappole cinesi, quelle che se tiri ti stringono le dita, il blocco dell’artista non va forzato. Non vi posso assicurare che funzionerà sempre, ma affrontare qualcosa con calma è pur sempre meglio che finire in trappola.

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Perché lo sketch è sempre meglio?

Questo è un tormentone di tutti gli artisti: fai uno sketch che sembra dinamico, fluido, accattivante, poi lo inchiostri ed è terribile. Perché?

Perché quando inchiostro un disegno sembra sempre peggiore rispetto allo sketch?

La risposta è semplice ma al contempo ci pone una questione molto complessa. Ci arriva dalla scienza, che ci prende per la manina, ci tira uno scappellotto sulla nuca per averla disturbata, e ci spiega che in natura nulla è definito in maniera così drastica, quindi il nostro cervello percepisce come più naturale qualcosa che non abbia un contorno preciso ma piuttosto una ragionevole libertà di interpretazione.
In parole povere, lo sketch è più realistico, perché esattamente come il mondo che ci circonda non è costretto da contorni definiti, quindi inchiostrare è inevitabilmente un costringere in limiti molto chiari delle forme che dal vero non sarebbero così marcate. Anche la più dinamica e rapida delle inchiostrazioni sarà sempre meno accattivante dello sketch, ed è tutta colpa del modo in cui siamo fatti a livello fisico. Stupidi neuroni.
Si potrebbe pensare che un’inchiostrazione poco precisa o direttamente disegnare ad inchiostro possa dare ugualmente un effetto di contorno indefinito, ma non è facile crearsi uno stile sporco che non sia caotico, e in genere delle linee pulite fanno sempre un bell’effetto. Usare una lineart colorata per le illustrazioni può funzionare, ma non per delle pagine che devono essere stampate in bianco e nero… Quindi?

Ma allora non è che potrei evitare di inchiostrare?

No.
L’inchiostrazione non è una cosa che facciamo per sport, avete mai provato a stampare uno sketch? So che non ci avete nemmeno provato, sapete già a pelle che viene male, se avete fortuna e calcate molto vi ritrovate con un blob grigio. E poi lasciamo perdere la bellezza delle sgommate e ditate su una tavola che in teoria andrebbe presentata al pubblico. Ovviamente ci sono autori che hanno creato con successo tavole a matita perfettamente leggibili (come Empowered) ma è una matita talmente pulita che non me la sento di chiamarlo sketch.
Quindi, l’inchiostrazione non è un accessorio come una cintura carina che va sopra i jeans e se c’è bene se no pace, no senza cintura ci troviamo per strada in mutande quindi stringete bene quella cintura, che vi si vede il deretano! L’inchiostrazione serve a rendere un disegno chiaro, leggibile, a dare una tridimensionalità attraverso le ombre, ma soprattutto serve.
Non se ne può fare a meno per pigrizia o perché “eh ma non so fare”, non è così che funziona! Quando abbiamo ospitato con la scuola un editore giapponese abbiamo parlato di diversi argomenti tra cui cosa ti fa guadagnare punti a un colloquio e la prima cosa di cui si è lamentato è stato che tanti sanno disegnare a matita ma col pennino sono analfabeti e se l’uso dell’inchiostro è scadente se ne fa ben poco di un bel disegno. Effettivamente è meglio un disegno che non sia perfetto ma almeno ben inchiostrato, piuttosto che un disegno inizialmente bello ma completamente rovinato da un’inchiostrazione piatta.


E allora come faccio a inchiostrare bene?

Per cominciare dobbiamo tutti accettare il fatto che l’inchiostrazione non sarà mai come lo sketch, ma può essere ugualmente bella. Una linea fatta bene, quindi con la giusta differenza di pressione e la giusta morbidezza nel tratto può dare una tridimensionalità e un peso al personaggio che una linea a matita non può davvero creare, e poi attraverso l’inchiostrazione possiamo mostrare meglio i piani dell’immagine, ciò che è vicino può essere più calcato mentre ciò che è lontano sarà molto leggero, e dare all’immagine un bel contorno la renderà leggibile, ovvero al primo sguardo sarà facile capire che cosa sta succedendo, insomma l’inchiostrazione in se’ non è cattiva è solo incompresa.
Dobbiamo un attimo metterci tutti il cuore in pace e inchiostrare di più, e un giorno potremo essere soddisfatti della nostra inchiostrazione. Nel frattempo… Sospirate e inchiostrate.

Ecco perchè non ho ancora scritto un nuovo articolo

Insomma, un articolo questo mese ve lo scordate.
Buone feste, futuri mangaka, e vi ricordo che dal 27 al 29 potrete apprendere con me tutto ciò che vi serve per presentarvi da un editore Giapponese nel corso Debut, oppure imparare le basi con Ilaria nel Corso Base. Altrimenti, dal 3 al 5 potrete scoprire quanto puzzano i Copic nel Corso Copic!
Vi aspetto 😉

Thor: the anteprima world

Prima di cominciare: questo articolo è senza spoiler. È talmente senza spoiler che non parlo per niente del film.

La giornata non era cominciata bene. Dopo aver saltato la colazione, ci eravamo accomodati allo stand nel Japan Palace e vista la folla avevamo detto addio alla tranquillità per il quarto giorno di fila.
Ilaria era in pausa, io disegnavo, quando all’improvviso sento del chiacchericcio e squittii alla mia destra, e un paio di mani mi entrano in visuale, reggendo due dischi volanti. Ilaria ha la faccia di un bimbo a Natale: I due dischi volanti sono i biglietti per l’anteprima italiano di Thor.
Saltiamo la parte in cui ci sentiamo potentissime.


L’ingresso

Davanti al cinema c’è una bolgia di persone che scopriamo essere i plebei. Ci dice lo stesso angelo che ha lanciato a Ilaria i biglietti che noi si entra dall’entrata vippe. Nell’entrata vip (un vicolo) c’è quasi più gente che nell’entrata per plebei, alcuni ancora stanno mangiando la pizza seduti ai bordi. Con orologiosvizzerità si animano due manichini alla men-in-black, che ci ordinano di mettere addosso il biglietto, perché il biglietto non è il disco volante ma il braccialetto esclusivo che ci sta dentro.

Il braccialetto, ispirato al martello di Thor ovviamente!

Io e Ilaria lo teniamo col pollice perché se no ci scivola fino alla spalla. A gruppetti di 5-10 persone entriamo e scopriamo…

La sicurezza

Nemmeno per i check-in dell’areoporto c’è lo stesso livello di security: per assicurarsi che non filmeremo ci fanno imbustare i cellulari in buste sigillate, così come le macchine fotografiche, le batterie delle macchine fotografiche, e gli MP3.
Poi si passa attraverso un secondo esame. Per essere davvero davvero sicuri che sia stato imbustato tutto, si passa individualmente attraverso operatori che col metal detector manuale ti cercano apparecchi, ed erano regolati per essere ancora più sensibili che negli areoporti… Come lo so? I miei occhiali, che sono composti da due sottilissime astine metalliche che ho portato anche nel check-in sono risultati al metal detector. Una volta in sala, una voce registrata ci informa che “il personale anti-pirateria sarà equipaggiato di occhiali infrarossi”.
I cellulari imbustati li voglio anche in areoporto.

Ok, ma che avete visto?

Per cominciare, visto che il film era in lingua originale, il doppiatore italiano di Thor ci recita qualche battuta e ripropongono battutine per far piacere a noi nerd (perché il termine geek ancora nessuno sa cos’è) e chiamano addirittura sul palco due del pubblico a recitare un pezzo del film. La parte femminile la fa Ilaria.
Dopo, ci vediamo tre trailer: prima the avengers 2, poi guardians of the galaxy, e infine capitan america 2. Tutti in lingua originale, gioia per le mie orecchie.
Prima che cominci il film, Chris in persona ci saluta in un filmato dicendoci “cyaoh amychy dih lyucah comics and games” (l’ultima parte l’ha detta proprio bene) e dal pubblico schizzano bulbi oculari di genere non precisato.
Poi ci fanno mettere gli occhialini 3D, bellissimi, e comincia il film

Ispirati a Thor e Loki, bellissimi e preziosissimi **

Finalmente, impressioni del film?

Bella Frigga, voglio un film solo per lei.
E poi, i gadgettini <3

Abbiamo tenuto anche le bustine dove erano custoditi gli occhiali!

Ringraziamenti sono dovuti alla angelica Giulia Miss Reptyle che ha avuto pietà di Ilaria, o del suo costoso vestito per lo meno, e l’ha aiutata ad acchiappare i biglietti. Sei stata la nostra salvatrice!
Ringrazio anche Giulia, che ci ha aspettato a casa nonostante io e la Ila fossimo state delle cattive senpai.
E anche la tipina accanto a me che è stata tanto dolce e simpatica, e non si è lamentata dei continui commenti al film o del fatto che per sbaglio le ho mangiato un po’ di popcorn.
Andate in pace.

Giochiamo a: Botanicula

Nonostante il nome sia brutto in maniera invereconda, il gioco è decisamente nella top three dei più bei punta e clicca mai fatti. 
O indie game, se ci tenete.

Iniziamo dalla storia: controlli un gruppo di spore/semi che abitano su un albero. L’albero è stato attaccato da un ragno che lo vampirizza (da lì il nome botanicula) non solo succhiandone la linfa vitale, ma creando scompiglio negli abitanti e generalmente sconvolgendo l’ecosistema della pianta.
Il tuo compito è guidare le spore attraverso la pianta per raggiungere il suolo e piantarvi l’ultimo seme dell’albero per ricominciare da zero.

Perché è così fantastico?

Innanzitutto il gameplay è intuitivo e semplicissimo, e la grafica si sposa con il soundtrack creando una atmosfera che cattura.
Non é così lungo da stancare e non é così corto da lasciare l’amaro in bocca, si sviluppa tranquillamente rinnovando sempre le “missioni” per un’ esperienza di gioco rilassante, quasi terapeutica.
Non è nemmeno il solito punta e clicca noioso, ci sono a volte delle situazioni che richiedono prontezza, ma senza esagerare.

A chi lo consigli?

Per saziare la sete di semplicità, prescrivo un’ora al giorno a tutti gli stressati.

Tutto qui?

Tutto qui. Giocate.

Che vuol dire “copiare uno stile”?

A volte ci troviamo davanti a immagini che camminano su un filo sottile. Il sottile, sottilissimo filo tra l’influenza e la copia. Un gioco pericoloso, al quale nessuno dei partecipanti vince. Puoi chiamarlo cameo, ispirazione, puoi chiamarlo influenza… Ma è simile. Dannatamente simile.

Ma cos’è, esattamente, copiare uno stile?

Copiare uno stile è maledettamente sottile: non è banale o evidente come copiare un’immagine. Si tratta di studiare, minuziosamente, cosa fa di uno stile uno stile personale e non un “genere”. Per capirci, di genere intendo uno stereotipo, mentre per stile intendo un insieme di elementi che rende personale e immediatamente riconoscibile un disegno.

L’angioletta a destra è uno dei disegni più famosi fatti da emeriti sconosciuti, ma che tutti abbiamo visto almeno ventordici volte nella nostra vita, nelle firme delle undicenni nei forum, e rimane uno dei disegni più “quintessenza manga” mai creati e copiati. Ci rappresenta il “genere”.
E poi c’è Ichigo a sinistra, e mi rifiuto di spiegare chi sia e da dove viene. Indubbiamente, nella mia carriera da insegnante, lo stile che ho visto copiare di più è quello di Tite Kubo, per motivi piuttosto ovvi: sembra semplice, ma al contempo è accattivante. Ed è uno “stile”

Ora. Copiare una immagine singola, è un gioco da ragazzini (e dovrebbe essere lasciato ai ragazzini), ma copiare uno stile? Significa disegnare una situazione come la disegnerebbe l’autore, e rendere propri gli elementi di questo stile, non solo nelle proporzioni ma anche nella tecnica, e mai deviare con elementi propri. Indubbiamente più difficile. Da un certo punto di vista è quasi incredibile ciò che riescono a fare alcuni, conoscendo uno stile e copiando, copiando, copiando fino a renderlo proprio.

Alcune volte è addirittura involontario, quando uno stile piace talmente tanto che diventa automatico riferirsi a un certo autore per ogni cosa, finendo a mimare lo stile senza a volte nemmeno rendersene conto.
Insomma, a un certo punto lo stile di qualcuno vira, ed è maledettamente simile a quello di qualcun altro. Potreste dirmi “ma gli shoujo sono tutti uguali!” “ma quelli che disegnano per Topolino…” e io discenderò dal cielo accompagnata da un coro d’angeli e vi dirò di chiudere il becco.
Leggete, perdiana.

Ma copiare uno stile è davvero male?

Non negherò che ci sono filoni dove uno stile personale è quasi mal visto. Non negherò che per gli assistenti essere bravi a copiare è un pregio. Ma queste sono cose che tornano utili dopo l’essere stati assunti, mentre a un colloquio, almeno l’ultima volta che ho controllato, a nessuno ha fatto piacere riconoscere una copia spudorata di un grande autore. Perché? Perché immediatamente ci si presenta come qualcuno che non ha saputo farsi uno stile suo e per questo è corso ai ripari. Invece di migliorarsi personalmente, si è appoggiato a qualcuno di più bravo e ha perso la sua indipendenza per compensare la propria inadeguatezza. Ci si sente quasi presi in giro: ma come, pensava davvero che non me ne sarei accorto che questo stile non è suo?
E le vostre intenzioni iniziali non importano più. Non importa il messaggio, quanto come viene recepito, e nel 99% dei casi viene recepito male… Perché in effetti copiare uno stile è un messaggio negativo. Rasenta la criminalità, artisticamente parlando, ed è indizio di una personalità testarda e possibilmente insensibile verso i sentimenti altrui, insomma una persona con la quale non si vuole avere a che fare.
Personalmente posso capire che uno stile piaccia tanto da dire “vorrei disegnare così”, ci sono passata davvero spesso, ma c’è da fermarsi un’attimo e dirsi “no, voglio disegnare meglio di così”. Il “voglio disegnare così” viene travisato, e nella nostra testa il così diventa così. Esattamente così, che è sbagliatissimo. Mantenere o evolvere il vostro stile non significa essere indietro rispetto ai grandi autori, significa darsi la possibilità di superarli. Copiare, in qualsiasi campo, significa relegarsi ad essere per sempre una brutta copia di qualcun altro. Non sarete mai, MAI come l’originale, per quanto vi sforziate, ed è lì il problema del copiare uno stile: non si migliora davvero, ed inoltre è artisticamente imperdonabile.
C’è da capire che un autore spende anni a crescere il proprio stile, nutrirlo con le migliori ispirazioni, giocandoci per sperimentare nuove tecniche, migliorando le sue debolezze e vedendolo crescere ogni giorno, in pratica per molti autori il loro stile è un figlio. Uno stile personale e riconoscibile serve a far sì che quando qualcuno mette il tuo disegno su una pagina fb senza crediti si capisca lo stesso che sei tu, che se appare su una copertina si riconosce subito anche senza leggere l’autore.
Perché la gente è pigra, e non basta avere il proprio nome da qualche parte, gli artisti sanno che devono spiccare per non essere facilmente dimenticati. E anche perché, ovviamente, a nessuno piace non sentirsi “unico”.
Una volta cresciuto questo “figlio” vederselo clonare e pure male dal primo scemo del villaggio che passa, non è bello. E sì, per concludere, copiare uno stile è male.



Ma come si riconosce uno stile copiato da un’ispirazione o un’influenza?

In realtà è molto semplice: prima di tutto un’influenza si evolve lentamente nello stile di un autore e spesso non mette radici a lungo termine, e in secondo luogo una semplice ispirazione sarà mescolata allo stile pre-esistente dell’autore. Una ispirazione dura uno, due pezzi e poi scompare per sempre. Una copia avviene letteralmente a comando del disegnatore, e quindi lo stile subisce una virata improvvisa e forzata, spesso accompagnata da copie senza vergogna e abbinata a un continuo parlare dell’autore originale dello stile, visto che come ho scritto prima, il “voglio disegnare così” porta il copiatore ad ammirare, deizzare l’originale.
Aspettate, quindi, e controllate i segni prima di balzare in groppa al destriero bianco e scassare i maroni ad un potenziale innocente, e soprattutto far venire un attacco di cuore all’artista.

Che dite, ne sapete abbastanza adesso di copie? Io passo e chiudo, ricordando a tutti quanti di venirmi a trovare al Lucca Comics, mi trovate al Japan Palace, al piano superiore in una saletta privata, con il fidato stand LuccaMangaSchool che offre anche abbondanti workshop per chi vuole passare un’ora a disegnare (e imparare!) prima di rituffarsi nella bolgia del Comics.
Cercherò di tornare a scrivere regolarmente, prometto, quindi scrivetemi le vostre idee per nuovi articoli!!

L’arte digitale è vera arte?

Eh, che cos’è l’arte digitale? Non è tangibile, non possediamo originali da tenere nei musei, non la tocchiamo. Si può chiamare arte davvero?
Non ditemi che non vi è mai passato di mente, la bizzarra domanda “è davvero arte?”. Persino io me la sono posta, e qui vi propongo la risposta, ovviamente quella che ho trovato io.
Cominciamo analizzando il punto fondamentale:

A che serve l’arte digitale?

Serve soprattutto per le commissioni, o i lavori a più mani. Nei momenti in cui si deve essere pronti a cambiare i colori, le ombre, l’espressione, senza perdere tempo a rifare da capo un disegno. Il digitale è soprattutto un modo per facilitare il lavoro professionale, perché ci da la possibilità di cambiare con poca fatica ciò che ci avrebbe richiesto giorni. In digitale vengono fatti i giochi a cui giochiamo, le pubblicità che vediamo, le decorazioni sui vestiti che indossiamo e persino le lettere che scriviamo al pc. In un’era così digitale ci si aspetterebbe una maggiore comprensione di questo tipo di materia, ma viene ugualmente solo in minima parte analizzata, sotto l’idea che il computer fa tutto da se’ e l’artista siede allo schermo senza alzare un dito.
Quindi, l’arte digitale è indispensabile per il nostro mondo moderno, ma come mai quindi ci è difficile vederla come vera arte? Perché, l’esperienza mi racconta, come non capivamo i tuoni e ci siamo inventati Zeus che li tirava giù a mano, non capiamo esattamente che cosa succeda in quello schermo, e ci illudiamo che sia magia.

L’arte digitale è più semplice?

Sì, è una scusa comoda dirsi “visto che puoi cambiare all’infinito, è più facile”. Ovviamente non è così, in quanto l’autore per approfittare delle comodità del digitale deve prima imparare a conoscere a fondo un programma, il che può richiedere anni, senza scordarci di quanto costano i programmi e l’attrezzatura, che sono uno schiaffo immediato rispetto al costo più a lungo termine delle arti tradizionali. Mentre impari il programma, impara anche una coordinazione occhio-mano sovrumana, che ti servirà per disegnare su una superficie mentre guardi su un’altra, e spero che non ti dia fastidio il wrestling con una penna che pesa quanto una stilografica vecchio stile, con la differenza che la penna grafica la impugni per ore mentre la stilografica la usi per la firma e via.
Ma il problema peggiore che porta il digitale non è certo elencato là sopra. No, il problema peggiore è infido e subdolo, non te ne accorgi finché non sei con gli occhi disidratati e i crampi che si prendono possesso di te. Il nemico non si nascondeva, è sempre stato lì, e non te ne sei accorto. Il nemico è che appunto si può cambiare all’infinito ciò che si è creato.
Esatto, la parte migliore del digitale è anche la parte peggiore: il committente ti chiederà di rifare lo stesso particolare millanta volte, e per altre ventordici ti chiederà di cambiare un colore che andava bene dall’inizio perché veniva dalla palette che ti ha fornito. Ti toccherà giostrarti un file dalle risoluzioni atroci perché credono che risoluzioni più alte equivalgano a qualità migliore (sbagliando, visto che poi stampano pagando un centesimo a volantino e fanno schifo), e soprattutto… La tavoletta abbassa istantaneamente la qualità del tuo lavoro. Non importa quanto sei bravo, per i primi cinque-sei anni non riuscirai a fare le cose esattamente come le vuoi te, perché la tavoletta non funziona per niente come la carta, e ti troverai a spendere ore a rifare la stessa maledetta linea cento volte, senza mai riuscire a vedere la visione d’insieme e trovandoti a dovere/volere ritoccare ogni cosa, incollato allo schermo in un circolo vizioso di “e se cambiassi la saturazione?”, fino a che il computer ti va in crash senza salvare.
Ammettiamolo, la carta è finale, definitiva, e tombale. Una volta sbagliato colore te la devi cavare da te, ma almeno non spendi quattro ore a rifare i capelli perché hai deciso che rosa shocking erano più belli. Quel che è fatto è fatto, ed è esattamente quello che serve ai principianti: sbagliare, polleggiare un po’ cercando di migliorarlo, peggiorare tutto e passare infine ad altro. Vedo potenze di figlioli incrostati sullo stesso file per mesi a causa del perfezionismo.
Ci vuole misurazione insomma, e pure autocontrollo, per darsi una calmata con i ritocchi da otto ore e fare qualcos’altro. E la misurazione, cari ragazzi, non è facile.

Ma cosa è esattamente l’arte?

Quando vedevo il mio professore scaricarsi foto che non erano nemmeno sue, ritagliarne pezzi e incollarle chiamandola arte mi sono venuti dei dubbi su quanto ci fosse di suo in quel che ha fatto, ma la risposta era semplice: tutto. Le foto che ha scaricato sono solo una maniera più rapida di arrivare a un risultato al quale lui non arriverebbe da solo, l’atto di creare in realtà risale a molto prima della composizione, quando lui si è detto che infilare una bombola d’ossigeno tra le gambe divaricate di una modella sarebbe stato divertente. E l’ha fatto, e ha fatto parlare di se’. A parte l’ovvio errore di usare foto altrui senza permesso, aveva creato. L’arte, nel suo stato più puro, è solo… Un’idea. Quindi, l’idea è l’arte, e l’esecuzione è solo un mezzo per esprimere l’idea. Può anche non essere eseguita, è arte il semplice concetto di inventare qualcosa.
Pure la matita è arte, qualcuno s’è preso la briga di incapsulare grafite nel legno, e poi qualcun altro s’è reso conto che con una lama in un cilindro la punta veniva più sottile che col coltello. Nasce da un’idea, e tutto ciò che nasce da un’idea è arte.
Quindi, seguendo questo principio, l’arte digitale è arte.

Io personalmente preferisco usare ancora il tradizionale il più possibile, ma c’è da stare al passo con i tempi, ed ecco qui tutto quello che ho da dire sull’arte digitale.
La prossima settimana non ci si sente a meno che non ci siano post super-speciali perché cominciano i corsi. Anche il blog si godrà un po’ di vacanza 🙂

Sigur Ros, in concerto al Lucca Summer Festival

Bellezza, bellezza pura. Io sono una persona coi piedi per terra, ma questa band mi ha preso di peso e lanciato in un mondo sottomarino di incredibile complessità e forza. Dal vivo c’è un effetto straordinario dato dalle vibrazioni del terreno, che ti fanno immergere ancora più profondamente nella loro musica. Nel momento in cui l’oscillazione del corpo, le note, e le vibrazioni si incrociano… lì puoi perderti.
Un concerto decisamente indimenticabile, che mi ha davvero dato i brividi, e ha sciolto miracolosamente una quantità di tensione che mi trascinavo dietro da mesi. Devo ancora riprendermi del tutto da un’esperienza così potente.
Oltretutto io e papà ci siamo trovati, in Piazza Grande, una panchina tutta per noi. Abbastanza vicina al palco da vedere meglio di tutti i poveracci che ondeggiavano la testa per spiare tra un orecchio e uno smartphone, ma non tanto di lato da avere la visione ostruita da faretti e amplificatori. Il posto perfetto. E lì, come due serafici Sheldon, ci siamo piazzati tutti contenti con tanto di granitina alla fragola dal bar Il Pinguino, godendoci in comodità un concerto che la comodità se la meritava tutta. Non credo me lo sarei goduto altrettanto voluttuosamente se avessi dovuto stare in piedi tutte e due le ore dell’esibizione, rigorosamente coi tacchi che altrimenti non ci vedo nulla.
10/10, bravi Sigur Ros e bravi spettatori che ci avete lasciato la panchina migliore libera.

Siccome io pratico ferventemente il people-watching, volevo segnare nella storia di internet un po’ di gente caruccia avvistata durante il concerto:
Primo in lista, il vecchio signore con la divisa della Misericordia che faceva le foto con l’aifonne tutto giulivo. Non sono ancora sicura che scopo abbiano le foto. Forse ha un blog.
La deliziosa signora che aveva paura di perdersi nella folla e quindi ha optato per un abito che ricordava un cono stradale. Più recentemente soprannominata: Sua Catarifrangenza.
La ragazza che si è stesa in un angolo della piazza e si è goduta il concerto come un pacifico indiano che ascolta le vibrazioni del terreno. Con il ragazzo al seguito che le teneva la mano.
Il dolcissimo straniero con l’apparecchio acustico che sedeva accanto a me, che è stato in lacrime per tutto il concerto e si sedeva solo in terra nonostante il suo zaino riposasse sulla panchina.
E ovviamente io e mio padre che ci siamo sfilati le scarpe per metterci in piedi sulla panchina, dondolando felici come pasque, per ben due canzoni.

Un salutino a Gherardo, Riccardo, Davide, You e Ilya che si sono persi il concerto e sono certa che saranno ancora lì a rosicare. Io vi lovvo, non abbiatemene.

Impariamo da: Suwi

Suwi è un’artista della Repubblica Ceca, dallo stile molto particolare che mi ha fatto venire voglia di analizzarla!

In the forest – S-u-w-i

Ciò che rende i suoi disegni così particolari è, per me, l’inchiostrazione/colorazione intricata che si affianca bene alla linearità che usa sui personaggi. I suoi pezzi non sono mai noiosi o sforniti, ogni parte è al posto giusto, grazie a un senso dello spazio fuori dal comune, ed ogni linea o colore ha un posto preciso e perfetto, per dare vita a opere bilanciate con una cura che sarebbe sorprendente perfino per un professionista.

Seeking – S-u-w-i

Qual’è il suo punto forte?
La scelta dei colori non è mai casuale, e la grana della carta sempre ben visibile rende piacevolissimi i suoi pezzi, sembrano fiabe per bambini e in qualche modo, forse per l’uso dei rossi accesi per evidenziare il rossore della pelle, si riceve un calore particolare in alcuni pezzi. Non si può definire “semplice” il suo stile, nonostante a prima vista potrebbe sembrarlo, perché osservando più attentamente notiamo come quasi ogni colore contenga all’interno una decorazione, creando vitalità in quella che altrimenti sarebbe solo noiosa campitura.

Elo – S-u-w-i

Cosa possiamo imparare?

L’uso della carta è molto particolare: ne riempie spesso la maggior parte, per lasciare delle studiatissime forme che fanno parte del disegno, rendendo così la carta un “colore” invece che una superficie. Trovo che sia incredibile questo suo “scolpire” la carta trasformandola in parte dell’opera stessa. Gli spazi bianchi non vanno temuti ma imbrigliati, domati, e usati: credo sia questo il messaggio che possiamo scoprire una volta scavato nel suo stile.

Stroll – S-u-w-i

Grazie a Suwi per avermi concesso il permesso di utilizzare le immagini!

Il prossimo post solleverà una grande questione: “L’arte digitale è vera arte?” quindi fatevi notificare prima di tutti quando arriverà, usando la casella in alto “segui via mail”
Alla prossima settimana!

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