L’arte digitale è vera arte?

Eh, che cos’è l’arte digitale? Non è tangibile, non possediamo originali da tenere nei musei, non la tocchiamo. Si può chiamare arte davvero?
Non ditemi che non vi è mai passato di mente, la bizzarra domanda “è davvero arte?”. Persino io me la sono posta, e qui vi propongo la risposta, ovviamente quella che ho trovato io.
Cominciamo analizzando il punto fondamentale:

A che serve l’arte digitale?

Serve soprattutto per le commissioni, o i lavori a più mani. Nei momenti in cui si deve essere pronti a cambiare i colori, le ombre, l’espressione, senza perdere tempo a rifare da capo un disegno. Il digitale è soprattutto un modo per facilitare il lavoro professionale, perché ci da la possibilità di cambiare con poca fatica ciò che ci avrebbe richiesto giorni. In digitale vengono fatti i giochi a cui giochiamo, le pubblicità che vediamo, le decorazioni sui vestiti che indossiamo e persino le lettere che scriviamo al pc. In un’era così digitale ci si aspetterebbe una maggiore comprensione di questo tipo di materia, ma viene ugualmente solo in minima parte analizzata, sotto l’idea che il computer fa tutto da se’ e l’artista siede allo schermo senza alzare un dito.
Quindi, l’arte digitale è indispensabile per il nostro mondo moderno, ma come mai quindi ci è difficile vederla come vera arte? Perché, l’esperienza mi racconta, come non capivamo i tuoni e ci siamo inventati Zeus che li tirava giù a mano, non capiamo esattamente che cosa succeda in quello schermo, e ci illudiamo che sia magia.

L’arte digitale è più semplice?

Sì, è una scusa comoda dirsi “visto che puoi cambiare all’infinito, è più facile”. Ovviamente non è così, in quanto l’autore per approfittare delle comodità del digitale deve prima imparare a conoscere a fondo un programma, il che può richiedere anni, senza scordarci di quanto costano i programmi e l’attrezzatura, che sono uno schiaffo immediato rispetto al costo più a lungo termine delle arti tradizionali. Mentre impari il programma, impara anche una coordinazione occhio-mano sovrumana, che ti servirà per disegnare su una superficie mentre guardi su un’altra, e spero che non ti dia fastidio il wrestling con una penna che pesa quanto una stilografica vecchio stile, con la differenza che la penna grafica la impugni per ore mentre la stilografica la usi per la firma e via.
Ma il problema peggiore che porta il digitale non è certo elencato là sopra. No, il problema peggiore è infido e subdolo, non te ne accorgi finché non sei con gli occhi disidratati e i crampi che si prendono possesso di te. Il nemico non si nascondeva, è sempre stato lì, e non te ne sei accorto. Il nemico è che appunto si può cambiare all’infinito ciò che si è creato.
Esatto, la parte migliore del digitale è anche la parte peggiore: il committente ti chiederà di rifare lo stesso particolare millanta volte, e per altre ventordici ti chiederà di cambiare un colore che andava bene dall’inizio perché veniva dalla palette che ti ha fornito. Ti toccherà giostrarti un file dalle risoluzioni atroci perché credono che risoluzioni più alte equivalgano a qualità migliore (sbagliando, visto che poi stampano pagando un centesimo a volantino e fanno schifo), e soprattutto… La tavoletta abbassa istantaneamente la qualità del tuo lavoro. Non importa quanto sei bravo, per i primi cinque-sei anni non riuscirai a fare le cose esattamente come le vuoi te, perché la tavoletta non funziona per niente come la carta, e ti troverai a spendere ore a rifare la stessa maledetta linea cento volte, senza mai riuscire a vedere la visione d’insieme e trovandoti a dovere/volere ritoccare ogni cosa, incollato allo schermo in un circolo vizioso di “e se cambiassi la saturazione?”, fino a che il computer ti va in crash senza salvare.
Ammettiamolo, la carta è finale, definitiva, e tombale. Una volta sbagliato colore te la devi cavare da te, ma almeno non spendi quattro ore a rifare i capelli perché hai deciso che rosa shocking erano più belli. Quel che è fatto è fatto, ed è esattamente quello che serve ai principianti: sbagliare, polleggiare un po’ cercando di migliorarlo, peggiorare tutto e passare infine ad altro. Vedo potenze di figlioli incrostati sullo stesso file per mesi a causa del perfezionismo.
Ci vuole misurazione insomma, e pure autocontrollo, per darsi una calmata con i ritocchi da otto ore e fare qualcos’altro. E la misurazione, cari ragazzi, non è facile.

Ma cosa è esattamente l’arte?

Quando vedevo il mio professore scaricarsi foto che non erano nemmeno sue, ritagliarne pezzi e incollarle chiamandola arte mi sono venuti dei dubbi su quanto ci fosse di suo in quel che ha fatto, ma la risposta era semplice: tutto. Le foto che ha scaricato sono solo una maniera più rapida di arrivare a un risultato al quale lui non arriverebbe da solo, l’atto di creare in realtà risale a molto prima della composizione, quando lui si è detto che infilare una bombola d’ossigeno tra le gambe divaricate di una modella sarebbe stato divertente. E l’ha fatto, e ha fatto parlare di se’. A parte l’ovvio errore di usare foto altrui senza permesso, aveva creato. L’arte, nel suo stato più puro, è solo… Un’idea. Quindi, l’idea è l’arte, e l’esecuzione è solo un mezzo per esprimere l’idea. Può anche non essere eseguita, è arte il semplice concetto di inventare qualcosa.
Pure la matita è arte, qualcuno s’è preso la briga di incapsulare grafite nel legno, e poi qualcun altro s’è reso conto che con una lama in un cilindro la punta veniva più sottile che col coltello. Nasce da un’idea, e tutto ciò che nasce da un’idea è arte.
Quindi, seguendo questo principio, l’arte digitale è arte.

Io personalmente preferisco usare ancora il tradizionale il più possibile, ma c’è da stare al passo con i tempi, ed ecco qui tutto quello che ho da dire sull’arte digitale.
La prossima settimana non ci si sente a meno che non ci siano post super-speciali perché cominciano i corsi. Anche il blog si godrà un po’ di vacanza 🙂

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