Perché non riesco a disegnare?

Ciao a tutti, è da un po’ che non scrivo eh? Oggi per onorare questa pausa di un anno e mezzo voglio parlare con voi del temuto “art block”, che sarebbe il blocco dell’artista.

A tutti è capitato: ti trovi di fronte al foglio bianco, con tutto il tempo del mondo a disposizione, ma qualsiasi cosa disegni sembra noiosa, piatta, senza vita, piena di errori che non riesci a correggere. Come quando controlli il tuo respiro e dopo non ti ricordi come facevi a respirare senza pensarci: quello che normalmente è un processo automatico sembra all’improvviso qualcosa di misterioso, e non hai idea di come facevi prima. Ma come respirare, prima o poi ti distrai guardando gif di animaletti e il respiro torna alla normalità.

Ora che siete tornati a respirare senza pensarci partiamo con la domanda fondamentale.

 

Perché mi blocco?

Il blocco può essere condizionato da una quantità di ragioni, tutte psicologiche. Potrebbe essere per un lavoro su commissione che proprio non vi piace, o eventi nella vita privata che non vi lasciano concentrare. Queste sono ragioni con le quali dovete fare i conti da voi, sapete il problema e o lo risolvete o lo ignorate abbastanza a lungo da abituarvi alla situazione. Ma visto che la domanda è “perché mi blocco” allora parliamo di quando capita “senza una buona ragione”, ed è lì che non capiamo e ci disperiamo. Ecco, io sono qui per dirvi che la ragione c’è. Lasciatemi tirare fuori un grafico.

crescita creativa

Quello che vedete è un grafico della crescita creativa a cui siamo sottoposti tutti quanti: la vostra abilità con la matita aumenta (detta “mano”), finché non viene raggiunta dalla vostra capacità di vedere gli errori (detta “occhio”), che supera la mano, che poi recupera, e ri-supera, in un ciclo che va a intersecarsi all’infinito. Semplicemente, nei momenti in cui la mano supera l’occhio, ci sentiamo contenti perché non vediamo errori nel nostro piccolo capolavoro.

Avete mai riguardato a distanza di anni un disegno del quale eravate estremamente fieri, solo per ritrovarvi a chiedervi con quale piede l’avete disegnato? Bene, quel disegno l’avete creato durante la zona verde che vedete sopra. Ora che il vostro occhio è migliorato, vedete errori che prima per voi non c’erano nemmeno.

Nell’altro settore, quello rosso, trovate il perché dei vostri blocchi: qualsiasi cosa facciate, ci sono troppi errori, e non riuscite a risistemarli. La mano non è più all’altezza dell’occhio, semplicemente. Fa molta meno paura ora che sapete perché, vero? E adesso siamo preparati ad affrontare il blocco brutto e cattivo.

 

Allora come posso fare pace con la matita?

Il corso d’azione logico è far sì che l’occhio si stabilizzi, e nel contempo far crescere l’abilità della mano. Ognuno ha i suoi metodi, i suoi ritmi, e potrebbe non funzionare per tutti allo stesso modo, ma il primo passo per la vostra felicità nella vita artistica è accettare il fatto che siamo esseri umani e in quanto tali facciamo errori.

Pensate di essere lucertole, siete stati lenti e la zampa del gatto vi atterra sulla coda. Vi fermate a piagnucolare e chiedere pietà? No, la staccate e ve la filate. Ricresce. Lo stesso vale per gli errori. A volte ci sono battaglie che non potete vincere, e se quella mano non viene proprio come volete nonostante la quantità di tutorial collezionati che Google stesso vi bussa alla porta per dirvi di piantarla, siate lucertole. Filatevela. Accettate che faccia pena, e fate altro.

Fidatevi, è meglio fare 10 brutti disegni che 1 disegno “perfetto”, che tanto tra un paio di mesi vi sembrerà uno sgorbio lo stesso. Non importa. A volte dobbiamo accettare che il nostro meglio non è quello che vorremmo, e continuare. Accettare che a volte le cose non vanno come vorreste è il primo passo per stare più sereni, ed il primo passo per convivere col blocco dell’artista. Perché sì, dovrete conviverci.

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Ma io voglio liberarmene adesso!

“L’erba Voglio cresce solo nel giardino del Re” ve lo hanno mai detto da piccini? Calmatevi, sedetevi, prendete latte e biscotti e soprattutto prendetevi una pausa. Siete svogliati perché nulla vi riesce come vorreste, disegnare non è più divertente? Prendetevi una pausa. Non disegnate per un po’. Ma ad una condizione: mollate per un po’ i siti artistici, non fissatevi col refresh su Tumblr, DeviantArt e chi per loro, lasciate che l’occhio si prenda una pausa, altrimenti continuerete solo a migliorare l’occhio e la mano resta dove sta e non ne uscite.

Fate qualcos’altro, pulite camera, uscite con gli amici, disegnate senza forzare la mano e se non va non va. Come le trappole cinesi, quelle che se tiri ti stringono le dita, il blocco dell’artista non va forzato. Non vi posso assicurare che funzionerà sempre, ma affrontare qualcosa con calma è pur sempre meglio che finire in trappola.

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Perché lo sketch è sempre meglio?

Questo è un tormentone di tutti gli artisti: fai uno sketch che sembra dinamico, fluido, accattivante, poi lo inchiostri ed è terribile. Perché?

Perché quando inchiostro un disegno sembra sempre peggiore rispetto allo sketch?

La risposta è semplice ma al contempo ci pone una questione molto complessa. Ci arriva dalla scienza, che ci prende per la manina, ci tira uno scappellotto sulla nuca per averla disturbata, e ci spiega che in natura nulla è definito in maniera così drastica, quindi il nostro cervello percepisce come più naturale qualcosa che non abbia un contorno preciso ma piuttosto una ragionevole libertà di interpretazione.
In parole povere, lo sketch è più realistico, perché esattamente come il mondo che ci circonda non è costretto da contorni definiti, quindi inchiostrare è inevitabilmente un costringere in limiti molto chiari delle forme che dal vero non sarebbero così marcate. Anche la più dinamica e rapida delle inchiostrazioni sarà sempre meno accattivante dello sketch, ed è tutta colpa del modo in cui siamo fatti a livello fisico. Stupidi neuroni.
Si potrebbe pensare che un’inchiostrazione poco precisa o direttamente disegnare ad inchiostro possa dare ugualmente un effetto di contorno indefinito, ma non è facile crearsi uno stile sporco che non sia caotico, e in genere delle linee pulite fanno sempre un bell’effetto. Usare una lineart colorata per le illustrazioni può funzionare, ma non per delle pagine che devono essere stampate in bianco e nero… Quindi?

Ma allora non è che potrei evitare di inchiostrare?

No.
L’inchiostrazione non è una cosa che facciamo per sport, avete mai provato a stampare uno sketch? So che non ci avete nemmeno provato, sapete già a pelle che viene male, se avete fortuna e calcate molto vi ritrovate con un blob grigio. E poi lasciamo perdere la bellezza delle sgommate e ditate su una tavola che in teoria andrebbe presentata al pubblico. Ovviamente ci sono autori che hanno creato con successo tavole a matita perfettamente leggibili (come Empowered) ma è una matita talmente pulita che non me la sento di chiamarlo sketch.
Quindi, l’inchiostrazione non è un accessorio come una cintura carina che va sopra i jeans e se c’è bene se no pace, no senza cintura ci troviamo per strada in mutande quindi stringete bene quella cintura, che vi si vede il deretano! L’inchiostrazione serve a rendere un disegno chiaro, leggibile, a dare una tridimensionalità attraverso le ombre, ma soprattutto serve.
Non se ne può fare a meno per pigrizia o perché “eh ma non so fare”, non è così che funziona! Quando abbiamo ospitato con la scuola un editore giapponese abbiamo parlato di diversi argomenti tra cui cosa ti fa guadagnare punti a un colloquio e la prima cosa di cui si è lamentato è stato che tanti sanno disegnare a matita ma col pennino sono analfabeti e se l’uso dell’inchiostro è scadente se ne fa ben poco di un bel disegno. Effettivamente è meglio un disegno che non sia perfetto ma almeno ben inchiostrato, piuttosto che un disegno inizialmente bello ma completamente rovinato da un’inchiostrazione piatta.


E allora come faccio a inchiostrare bene?

Per cominciare dobbiamo tutti accettare il fatto che l’inchiostrazione non sarà mai come lo sketch, ma può essere ugualmente bella. Una linea fatta bene, quindi con la giusta differenza di pressione e la giusta morbidezza nel tratto può dare una tridimensionalità e un peso al personaggio che una linea a matita non può davvero creare, e poi attraverso l’inchiostrazione possiamo mostrare meglio i piani dell’immagine, ciò che è vicino può essere più calcato mentre ciò che è lontano sarà molto leggero, e dare all’immagine un bel contorno la renderà leggibile, ovvero al primo sguardo sarà facile capire che cosa sta succedendo, insomma l’inchiostrazione in se’ non è cattiva è solo incompresa.
Dobbiamo un attimo metterci tutti il cuore in pace e inchiostrare di più, e un giorno potremo essere soddisfatti della nostra inchiostrazione. Nel frattempo… Sospirate e inchiostrate.

Che vuol dire “copiare uno stile”?

A volte ci troviamo davanti a immagini che camminano su un filo sottile. Il sottile, sottilissimo filo tra l’influenza e la copia. Un gioco pericoloso, al quale nessuno dei partecipanti vince. Puoi chiamarlo cameo, ispirazione, puoi chiamarlo influenza… Ma è simile. Dannatamente simile.

Ma cos’è, esattamente, copiare uno stile?

Copiare uno stile è maledettamente sottile: non è banale o evidente come copiare un’immagine. Si tratta di studiare, minuziosamente, cosa fa di uno stile uno stile personale e non un “genere”. Per capirci, di genere intendo uno stereotipo, mentre per stile intendo un insieme di elementi che rende personale e immediatamente riconoscibile un disegno.

L’angioletta a destra è uno dei disegni più famosi fatti da emeriti sconosciuti, ma che tutti abbiamo visto almeno ventordici volte nella nostra vita, nelle firme delle undicenni nei forum, e rimane uno dei disegni più “quintessenza manga” mai creati e copiati. Ci rappresenta il “genere”.
E poi c’è Ichigo a sinistra, e mi rifiuto di spiegare chi sia e da dove viene. Indubbiamente, nella mia carriera da insegnante, lo stile che ho visto copiare di più è quello di Tite Kubo, per motivi piuttosto ovvi: sembra semplice, ma al contempo è accattivante. Ed è uno “stile”

Ora. Copiare una immagine singola, è un gioco da ragazzini (e dovrebbe essere lasciato ai ragazzini), ma copiare uno stile? Significa disegnare una situazione come la disegnerebbe l’autore, e rendere propri gli elementi di questo stile, non solo nelle proporzioni ma anche nella tecnica, e mai deviare con elementi propri. Indubbiamente più difficile. Da un certo punto di vista è quasi incredibile ciò che riescono a fare alcuni, conoscendo uno stile e copiando, copiando, copiando fino a renderlo proprio.

Alcune volte è addirittura involontario, quando uno stile piace talmente tanto che diventa automatico riferirsi a un certo autore per ogni cosa, finendo a mimare lo stile senza a volte nemmeno rendersene conto.
Insomma, a un certo punto lo stile di qualcuno vira, ed è maledettamente simile a quello di qualcun altro. Potreste dirmi “ma gli shoujo sono tutti uguali!” “ma quelli che disegnano per Topolino…” e io discenderò dal cielo accompagnata da un coro d’angeli e vi dirò di chiudere il becco.
Leggete, perdiana.

Ma copiare uno stile è davvero male?

Non negherò che ci sono filoni dove uno stile personale è quasi mal visto. Non negherò che per gli assistenti essere bravi a copiare è un pregio. Ma queste sono cose che tornano utili dopo l’essere stati assunti, mentre a un colloquio, almeno l’ultima volta che ho controllato, a nessuno ha fatto piacere riconoscere una copia spudorata di un grande autore. Perché? Perché immediatamente ci si presenta come qualcuno che non ha saputo farsi uno stile suo e per questo è corso ai ripari. Invece di migliorarsi personalmente, si è appoggiato a qualcuno di più bravo e ha perso la sua indipendenza per compensare la propria inadeguatezza. Ci si sente quasi presi in giro: ma come, pensava davvero che non me ne sarei accorto che questo stile non è suo?
E le vostre intenzioni iniziali non importano più. Non importa il messaggio, quanto come viene recepito, e nel 99% dei casi viene recepito male… Perché in effetti copiare uno stile è un messaggio negativo. Rasenta la criminalità, artisticamente parlando, ed è indizio di una personalità testarda e possibilmente insensibile verso i sentimenti altrui, insomma una persona con la quale non si vuole avere a che fare.
Personalmente posso capire che uno stile piaccia tanto da dire “vorrei disegnare così”, ci sono passata davvero spesso, ma c’è da fermarsi un’attimo e dirsi “no, voglio disegnare meglio di così”. Il “voglio disegnare così” viene travisato, e nella nostra testa il così diventa così. Esattamente così, che è sbagliatissimo. Mantenere o evolvere il vostro stile non significa essere indietro rispetto ai grandi autori, significa darsi la possibilità di superarli. Copiare, in qualsiasi campo, significa relegarsi ad essere per sempre una brutta copia di qualcun altro. Non sarete mai, MAI come l’originale, per quanto vi sforziate, ed è lì il problema del copiare uno stile: non si migliora davvero, ed inoltre è artisticamente imperdonabile.
C’è da capire che un autore spende anni a crescere il proprio stile, nutrirlo con le migliori ispirazioni, giocandoci per sperimentare nuove tecniche, migliorando le sue debolezze e vedendolo crescere ogni giorno, in pratica per molti autori il loro stile è un figlio. Uno stile personale e riconoscibile serve a far sì che quando qualcuno mette il tuo disegno su una pagina fb senza crediti si capisca lo stesso che sei tu, che se appare su una copertina si riconosce subito anche senza leggere l’autore.
Perché la gente è pigra, e non basta avere il proprio nome da qualche parte, gli artisti sanno che devono spiccare per non essere facilmente dimenticati. E anche perché, ovviamente, a nessuno piace non sentirsi “unico”.
Una volta cresciuto questo “figlio” vederselo clonare e pure male dal primo scemo del villaggio che passa, non è bello. E sì, per concludere, copiare uno stile è male.



Ma come si riconosce uno stile copiato da un’ispirazione o un’influenza?

In realtà è molto semplice: prima di tutto un’influenza si evolve lentamente nello stile di un autore e spesso non mette radici a lungo termine, e in secondo luogo una semplice ispirazione sarà mescolata allo stile pre-esistente dell’autore. Una ispirazione dura uno, due pezzi e poi scompare per sempre. Una copia avviene letteralmente a comando del disegnatore, e quindi lo stile subisce una virata improvvisa e forzata, spesso accompagnata da copie senza vergogna e abbinata a un continuo parlare dell’autore originale dello stile, visto che come ho scritto prima, il “voglio disegnare così” porta il copiatore ad ammirare, deizzare l’originale.
Aspettate, quindi, e controllate i segni prima di balzare in groppa al destriero bianco e scassare i maroni ad un potenziale innocente, e soprattutto far venire un attacco di cuore all’artista.

Che dite, ne sapete abbastanza adesso di copie? Io passo e chiudo, ricordando a tutti quanti di venirmi a trovare al Lucca Comics, mi trovate al Japan Palace, al piano superiore in una saletta privata, con il fidato stand LuccaMangaSchool che offre anche abbondanti workshop per chi vuole passare un’ora a disegnare (e imparare!) prima di rituffarsi nella bolgia del Comics.
Cercherò di tornare a scrivere regolarmente, prometto, quindi scrivetemi le vostre idee per nuovi articoli!!

L’arte digitale è vera arte?

Eh, che cos’è l’arte digitale? Non è tangibile, non possediamo originali da tenere nei musei, non la tocchiamo. Si può chiamare arte davvero?
Non ditemi che non vi è mai passato di mente, la bizzarra domanda “è davvero arte?”. Persino io me la sono posta, e qui vi propongo la risposta, ovviamente quella che ho trovato io.
Cominciamo analizzando il punto fondamentale:

A che serve l’arte digitale?

Serve soprattutto per le commissioni, o i lavori a più mani. Nei momenti in cui si deve essere pronti a cambiare i colori, le ombre, l’espressione, senza perdere tempo a rifare da capo un disegno. Il digitale è soprattutto un modo per facilitare il lavoro professionale, perché ci da la possibilità di cambiare con poca fatica ciò che ci avrebbe richiesto giorni. In digitale vengono fatti i giochi a cui giochiamo, le pubblicità che vediamo, le decorazioni sui vestiti che indossiamo e persino le lettere che scriviamo al pc. In un’era così digitale ci si aspetterebbe una maggiore comprensione di questo tipo di materia, ma viene ugualmente solo in minima parte analizzata, sotto l’idea che il computer fa tutto da se’ e l’artista siede allo schermo senza alzare un dito.
Quindi, l’arte digitale è indispensabile per il nostro mondo moderno, ma come mai quindi ci è difficile vederla come vera arte? Perché, l’esperienza mi racconta, come non capivamo i tuoni e ci siamo inventati Zeus che li tirava giù a mano, non capiamo esattamente che cosa succeda in quello schermo, e ci illudiamo che sia magia.

L’arte digitale è più semplice?

Sì, è una scusa comoda dirsi “visto che puoi cambiare all’infinito, è più facile”. Ovviamente non è così, in quanto l’autore per approfittare delle comodità del digitale deve prima imparare a conoscere a fondo un programma, il che può richiedere anni, senza scordarci di quanto costano i programmi e l’attrezzatura, che sono uno schiaffo immediato rispetto al costo più a lungo termine delle arti tradizionali. Mentre impari il programma, impara anche una coordinazione occhio-mano sovrumana, che ti servirà per disegnare su una superficie mentre guardi su un’altra, e spero che non ti dia fastidio il wrestling con una penna che pesa quanto una stilografica vecchio stile, con la differenza che la penna grafica la impugni per ore mentre la stilografica la usi per la firma e via.
Ma il problema peggiore che porta il digitale non è certo elencato là sopra. No, il problema peggiore è infido e subdolo, non te ne accorgi finché non sei con gli occhi disidratati e i crampi che si prendono possesso di te. Il nemico non si nascondeva, è sempre stato lì, e non te ne sei accorto. Il nemico è che appunto si può cambiare all’infinito ciò che si è creato.
Esatto, la parte migliore del digitale è anche la parte peggiore: il committente ti chiederà di rifare lo stesso particolare millanta volte, e per altre ventordici ti chiederà di cambiare un colore che andava bene dall’inizio perché veniva dalla palette che ti ha fornito. Ti toccherà giostrarti un file dalle risoluzioni atroci perché credono che risoluzioni più alte equivalgano a qualità migliore (sbagliando, visto che poi stampano pagando un centesimo a volantino e fanno schifo), e soprattutto… La tavoletta abbassa istantaneamente la qualità del tuo lavoro. Non importa quanto sei bravo, per i primi cinque-sei anni non riuscirai a fare le cose esattamente come le vuoi te, perché la tavoletta non funziona per niente come la carta, e ti troverai a spendere ore a rifare la stessa maledetta linea cento volte, senza mai riuscire a vedere la visione d’insieme e trovandoti a dovere/volere ritoccare ogni cosa, incollato allo schermo in un circolo vizioso di “e se cambiassi la saturazione?”, fino a che il computer ti va in crash senza salvare.
Ammettiamolo, la carta è finale, definitiva, e tombale. Una volta sbagliato colore te la devi cavare da te, ma almeno non spendi quattro ore a rifare i capelli perché hai deciso che rosa shocking erano più belli. Quel che è fatto è fatto, ed è esattamente quello che serve ai principianti: sbagliare, polleggiare un po’ cercando di migliorarlo, peggiorare tutto e passare infine ad altro. Vedo potenze di figlioli incrostati sullo stesso file per mesi a causa del perfezionismo.
Ci vuole misurazione insomma, e pure autocontrollo, per darsi una calmata con i ritocchi da otto ore e fare qualcos’altro. E la misurazione, cari ragazzi, non è facile.

Ma cosa è esattamente l’arte?

Quando vedevo il mio professore scaricarsi foto che non erano nemmeno sue, ritagliarne pezzi e incollarle chiamandola arte mi sono venuti dei dubbi su quanto ci fosse di suo in quel che ha fatto, ma la risposta era semplice: tutto. Le foto che ha scaricato sono solo una maniera più rapida di arrivare a un risultato al quale lui non arriverebbe da solo, l’atto di creare in realtà risale a molto prima della composizione, quando lui si è detto che infilare una bombola d’ossigeno tra le gambe divaricate di una modella sarebbe stato divertente. E l’ha fatto, e ha fatto parlare di se’. A parte l’ovvio errore di usare foto altrui senza permesso, aveva creato. L’arte, nel suo stato più puro, è solo… Un’idea. Quindi, l’idea è l’arte, e l’esecuzione è solo un mezzo per esprimere l’idea. Può anche non essere eseguita, è arte il semplice concetto di inventare qualcosa.
Pure la matita è arte, qualcuno s’è preso la briga di incapsulare grafite nel legno, e poi qualcun altro s’è reso conto che con una lama in un cilindro la punta veniva più sottile che col coltello. Nasce da un’idea, e tutto ciò che nasce da un’idea è arte.
Quindi, seguendo questo principio, l’arte digitale è arte.

Io personalmente preferisco usare ancora il tradizionale il più possibile, ma c’è da stare al passo con i tempi, ed ecco qui tutto quello che ho da dire sull’arte digitale.
La prossima settimana non ci si sente a meno che non ci siano post super-speciali perché cominciano i corsi. Anche il blog si godrà un po’ di vacanza 🙂

Perché devo fare gli sfondi?

Sì, gli sfondi sono probabilmente la parte più noiosa del disegnare, e ve lo dice una a cui piace disegnare cose difficili! Però la prospettiva non mi piace particolarmente da disegnare… Perchè non è difficile! Come, direte voi, che eresia è questa? Pian piano ci arriviamo. Portate pazienza.
Quindi, senza ulteriori giri di parole, parliamo un po’ di come si crea un bello sfondo e cominciamo proprio con un po’ di motivazioni.

Perché devo disegnare gli sfondi?

Innanzitutto pensate a un anime o manga, e cercate di mettere la trama in parole… Senza fare riferimenti al luogo, la nazionalità dei protagonisti, e nemmeno al periodo storico. Eliminate ogni traccia che possa darne un’idea.
Facciamo che lo faccio io per voi, che tanto lo so che non ne avreste voglia. Prendiamo K-on. La trama, in breve, è che delle ragazze delle medie salvano il club di musica a corto di membri e imparano insieme a suonare musica pop, esibendosi poi al festival scolastico.
Eliminiamo il riferimento alla scuola, il luogo, e il club, che indica troppo la nazionalità, quindi anche il festival, infine togliamo la musica pop che indica il tempo: ciò che ci resta sono delle ragazze suonano insieme e si esibiscono. Wow, interessantissimo.
No, sul serio, lo leggereste? Manca qualcosa, la trama sembra incompleta. Questo perché il luogo e il tempo è infinitamente più importante per definire i personaggi di quanto non si dica. Un adolescente nel medioevo era già sposato, nel ventesimo secolo va a scuola. In Giappone guarderebbe il baseball, in italia il calcio. La psicologia del personaggio, quello che può fare e non fare, la sua vita, è influenzata profondamente dal posto in cui si trova. Bisogna renderlo chiaro, altrimenti il lettore faticherà a comprendere e l’ultima volta che ho controllato nessuno leggeva fumetti per risolvere puzzle di logica.
Per questo lo sfondo ci viene in aiuto. Immediatamente si rende riconoscibile il luogo e il tempo e si colloca subito la storia.
Non meno importante, il lettore deve capire che cosa sta succedendo, non basta fare un quadrato nel muro per far capire che il personaggio guarda fuori dalla finestra, la finestra ha la cornice. Ora però sembra un quadro. Aggiungiamo la maniglia. Certo che è misera. Aggiungiamo i riflessi… Però ora pare fluttuare, allora la incassiamo nel muro… Ora la finestra è dettagliata ma il muro è bianco… Mettiamo un paio di poster. Solo poster? Aggiungiamo almeno una scrivania… Magari non vuota… Uno scaffale… Ora li mettiamo a confronto.

Quale si capisce meglio tra le due? Quale ha più atmosfera? Capite quindi che per fare un bel disegno, un bel fumetto, tocca fare un po’ di sfondi. Prendetela come una pratica zen, liberatevi dall’antipatia e cercate di fare un bel disegno.

Però i miei sfondi sembrano ospedali…

Normalissimo: è perchè non facciamo abbastanza attenzione ai dettagli. Prima di fare uno sfondo a memoria, prendete una foto del genere di posto che volete rappresentare. Guardate bene ogni elemento, non il posto come insieme, ma proprio le varie parti che rendono un posto riconoscibile: se è un negozio, o una casa, o un ufficio… La disposizione dell’arredamento, le decorazioni all’esterno, il tipo di struttura, cambia molto da luogo a luogo, non sono tutti parallelepipedi coi muri bianchi.
Mettete di voler disegnare un konbini… Non basta fare una porta con sopra l’insegna “konbini”, anzi la regola nel disegnare sfondi è non usare le scritte, perché le scritte vanno a distogliere il lettore dal dialogo e impigriscono chi le usa eccessivamente.
Dissezionate l’arredamento, e cercate di disegnare in modo riconoscibile i vari elementi, dal tipo di porta che viene usato, alle pubblicità all’esterno e ai cestini, le bici poggiate contro il muro o i passanti sul marciapiede… Sono tutti elementi che rendono il posto vivo, abitato, credibile. Dovete far credere al lettore che quel posto esiste, o non si calerà mai nella storia e voi, per sola pigrizia, avrete perso lettori. Se continua a sembrare troppo bianco, aggiungete dei mattoni a vista. I retini dovrebbero fare il resto.

Però non mi piace disegnare gli sfondi…

Per rendere più leggero il compito di disegnare sfondi, trovo divertente nascondere luoghi o persone che conosco. Usare posti che avete visto o conoscete bene, storpiare nomi delle marche degli oggetti, aggiungere cameo di personaggi degli anime tra i peluche di una stanza o anche i vostri amici tra i tavoli di un ristorante… Non è più divertente rendere il vostro manga esclusivo? Insomma, divertitevi anche un po’, perché la soddisfazione sarà immensa ugualmente alla fine di uno sfondo.
Se ancora non vi piace, rileggetevi la parte delle motivazioni, e fatevi entrare bene in testa che non facendone mai, i vostri lettori si stancheranno presto di dover capire da soli in che posto siano i personaggi, e un fumetto senza lettori non va avanti!


Ma l’autore X non li disegna mai!

E FA MALE!!! Sarà anche il capolavoro del secolo, ma è un capolavoro di qualità scadente. Siate sinceri: disegnate per fare belle cose, o per sentirvi dire che siete bravi? Beh in entrambi i casi lo sfondo serve, e solo perché “questo e quell’altro che sono famosi” non li disegnano, non significa che voi siate al loro livello!
Insomma, mettetevi l’animo in pace. Non ci sono scuse. E se ancora non li volete disegnare, non posso più far nulla per voi.

Per finire, mettiamoci in testa che la prospettiva *GASP* non è difficile. Eh. No, non lo è. Prendetevi un attimo per assimilare la notizia, bevetevi un succo di frutta che vi fanno bene le vitamine, e tornate a leggere quando avrete compreso il concetto che la prospettiva in realtà non è difficile.
Prendete due punti e tutto viene portato a puntare su uno o sull’altro. Tutto qui. È molto più facile di, per esempio, fare una posa con un’angolazione dal basso, perchè si tratta di logica.  La prospettiva una volta capita è logica e semplice, e non è assolutamente così impossibile da fare come dicono. È solo noiosa, che è diverso! Quindi ora, tutti a studiarsi la prospettiva e, se volete, caricate le immagini da qualche parte e linkate nei commenti! Sosteniamoci nella noia!!

Sono pronta a ricevere suggerimenti sul prossimo argomento della sezione domande e risposte, fatemi sapere le vostre curiosità nei commenti!

Perchè le fanart piacciono?

Questa è una domanda che tormenta le notti insonni degli artisti.

“perché a nessuno piacciono i miei disegni e mettono mi piace a quel disegno di Naruto fatto male?”
“è popolare solo perché è una fanart!”
“quelli che amano le fanart sono tutti idioti!!”
“le fanart sono una scorciatoia, chi le fa è un lavativo!”
Sono tutte frasi che abbiamo sentito da qualche parte, magari le abbiamo anche partorite noi a volte, ed è comprensibile, e magari ci siamo convinti che le fanart sono davvero il male. Ma facciamo un passo indietro, e poniamoci una domanda.


Perché le fanart piacciono?

Perché il personaggio è conosciuto. Grazie Capitan Ovvio direte voi, ma aspettate. Non abbiate fretta. Il fatto che il personaggio è conosciuto, non significa che sfrutti la popolarità del fumetto. Certo, più è popolare il manga e più cuori, pollici, stelline e simboli di apprezzamento riceverà, ma… Pensateci un attimo, perché si dovrebbe mettere mi piace a un personaggio? Solo perché lo hai visto su un poster? Quelli che ragionano così sono molti meno di quanti pensiate.

La verità è che le fanart vendono perché chi le guarda conosce già il personaggio, conosce già la sua storia ed è emotivamente collegato al personaggio. 
Per questo le fanart sono popolari. Perché un personaggio qualsiasi che si rilassa sul prato non ha alcun significato per chi lo osserva, è un estraneo ai loro occhi, e chi si ferma a guardare un estraneo? Ma mettiamoci ad esempio Rufy e tutti si infiammano di passione. Quello è Rufy, non è un estraneo, è Rufy! Il mio nakama! So tutto della sua vita, mi ha insegnato tante cose, è Rufy e mi piace tantissimo che sia stato disegnato mentre si rilassa sul prato.
Come reazione è naturalissima… Perché la differenza è il legame di conoscenza che si crea tra il personaggio e il lettore, che nelle fanart semplicemente c’è già.

Ma allora come faccio a far sì che i miei disegni piacciano?

Dovete creare un collegamento tra il lettore e il personaggio. Rendete quel personaggio un loro amico, anche se per pochi minuti, e raccontate la sua storia attraverso l’immagine. Invece di disegnare il personaggio che si rilassa nel prato con gli occhi chiusi e il prato vuoto, perché non disegnarlo con gli occhi socchiusi, spiando la luce che filtra dai rami, magari con la bicicletta lasciata accanto e i resti di un panino, una bottiglietta, una goccia di sudore sulla fronte? Ci racconta immediatamente che è una giornata calda, che il personaggio è montato in sella con un panino e una bottiglia d’acqua, s’è fatto una scampagnata e ha raggiunto la collina erbosa dove s’è steso dopo la merenda, osservando le fronde muoversi, ascoltando il silenzio.



Adesso lo conosciamo, il personaggio. C’è un legame emotivo. E tutti quelli che hanno fatto la stessa cosa, o vorrebbero farla, capiscono i sentimenti del personaggio, magari lo invidiano pure o addirittura decidono di fare una cosa del genere alla prima occasione. Non è molto meglio? Il compito di un disegno non è essere solo carino da guardare, ma di suscitare qualcosa, che sia curiosità, relax, o confusione non importa, diamo un senso a quello che viene visto, altrimenti sarebbe come leggere una lunga riga di lettere scombinate:
aeopotnmrbweàoibsb!nl-rtoitbtòsbòugbglsòieywdarasrtrbiubtktbruigfnlnabvkruebea
Cosa avete provato? Ve lo dico io: nulla. Scommetto non avete nemmeno letto tutto il testo. Perché? Perchè è noioso, piatto, scombinato e soprattutto senza senso.
Quindi la prossima volta che disegnate un’illustrazione, dategli un senso!


Allora ammetti che chi fa fanart usa una scorciatoia?

Può sembrarlo ma non lo è, fare fanart è un po’ rischioso e un po’ limitante. Che non è proprio quel che si cerca in una scorciatoia, giusto?

Primo, dovete pensare al personaggio e a come si comporterebbe nella situazione in cui l’avete messo, quindi si deve conoscerlo ed esserci affezionati.
Secondo, dovete disegnarlo perfettamente uguale al manga o i fans se la prenderanno, magari addirittura adattare lo stile a quello dell’autore. C’è da andarci coi piedi di piombo ad alterare qualcosa.
Terzo, le fanarts o le fanfiction o le doujinshi essendo appoggiate a personaggi già creati, non vi fanno crescere come autore ne’ vi abituano a creare personaggi. 
Non peggiora per forza chi le fa, ne’ i fanartist sono peggiori degli artisti “normali”, anzi spesso sono parecchio bravi e sono loro quelli che guadagnano popolarità… E la popolarità è importante nel mondo artistico.
In ultima analisi, fare fanart porta sì popolarità ma è anche una scelta rischiosa, perché può portare a disabituarsi ad usare personaggi propri e compromettere il miglioramento dei rapporti personaggi/lettori.
Insomma, fare fanart è una scelta, ma come tale va rispettata e insultare un fanartist non vi porterà niente di niente, sarete solo persone più tristi di prima perché non sarete (ovviamente) riusciti a smontare l’oggetto delle vostre invidie.


Quindi… Lo faccio o no???

Questo lo dovreste decidere da voi, ma se proprio volete un consiglio… Perché non un po’ di entrambi?

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