Che vuol dire “copiare uno stile”?

A volte ci troviamo davanti a immagini che camminano su un filo sottile. Il sottile, sottilissimo filo tra l’influenza e la copia. Un gioco pericoloso, al quale nessuno dei partecipanti vince. Puoi chiamarlo cameo, ispirazione, puoi chiamarlo influenza… Ma è simile. Dannatamente simile.

Ma cos’è, esattamente, copiare uno stile?

Copiare uno stile è maledettamente sottile: non è banale o evidente come copiare un’immagine. Si tratta di studiare, minuziosamente, cosa fa di uno stile uno stile personale e non un “genere”. Per capirci, di genere intendo uno stereotipo, mentre per stile intendo un insieme di elementi che rende personale e immediatamente riconoscibile un disegno.

L’angioletta a destra è uno dei disegni più famosi fatti da emeriti sconosciuti, ma che tutti abbiamo visto almeno ventordici volte nella nostra vita, nelle firme delle undicenni nei forum, e rimane uno dei disegni più “quintessenza manga” mai creati e copiati. Ci rappresenta il “genere”.
E poi c’è Ichigo a sinistra, e mi rifiuto di spiegare chi sia e da dove viene. Indubbiamente, nella mia carriera da insegnante, lo stile che ho visto copiare di più è quello di Tite Kubo, per motivi piuttosto ovvi: sembra semplice, ma al contempo è accattivante. Ed è uno “stile”

Ora. Copiare una immagine singola, è un gioco da ragazzini (e dovrebbe essere lasciato ai ragazzini), ma copiare uno stile? Significa disegnare una situazione come la disegnerebbe l’autore, e rendere propri gli elementi di questo stile, non solo nelle proporzioni ma anche nella tecnica, e mai deviare con elementi propri. Indubbiamente più difficile. Da un certo punto di vista è quasi incredibile ciò che riescono a fare alcuni, conoscendo uno stile e copiando, copiando, copiando fino a renderlo proprio.

Alcune volte è addirittura involontario, quando uno stile piace talmente tanto che diventa automatico riferirsi a un certo autore per ogni cosa, finendo a mimare lo stile senza a volte nemmeno rendersene conto.
Insomma, a un certo punto lo stile di qualcuno vira, ed è maledettamente simile a quello di qualcun altro. Potreste dirmi “ma gli shoujo sono tutti uguali!” “ma quelli che disegnano per Topolino…” e io discenderò dal cielo accompagnata da un coro d’angeli e vi dirò di chiudere il becco.
Leggete, perdiana.

Ma copiare uno stile è davvero male?

Non negherò che ci sono filoni dove uno stile personale è quasi mal visto. Non negherò che per gli assistenti essere bravi a copiare è un pregio. Ma queste sono cose che tornano utili dopo l’essere stati assunti, mentre a un colloquio, almeno l’ultima volta che ho controllato, a nessuno ha fatto piacere riconoscere una copia spudorata di un grande autore. Perché? Perché immediatamente ci si presenta come qualcuno che non ha saputo farsi uno stile suo e per questo è corso ai ripari. Invece di migliorarsi personalmente, si è appoggiato a qualcuno di più bravo e ha perso la sua indipendenza per compensare la propria inadeguatezza. Ci si sente quasi presi in giro: ma come, pensava davvero che non me ne sarei accorto che questo stile non è suo?
E le vostre intenzioni iniziali non importano più. Non importa il messaggio, quanto come viene recepito, e nel 99% dei casi viene recepito male… Perché in effetti copiare uno stile è un messaggio negativo. Rasenta la criminalità, artisticamente parlando, ed è indizio di una personalità testarda e possibilmente insensibile verso i sentimenti altrui, insomma una persona con la quale non si vuole avere a che fare.
Personalmente posso capire che uno stile piaccia tanto da dire “vorrei disegnare così”, ci sono passata davvero spesso, ma c’è da fermarsi un’attimo e dirsi “no, voglio disegnare meglio di così”. Il “voglio disegnare così” viene travisato, e nella nostra testa il così diventa così. Esattamente così, che è sbagliatissimo. Mantenere o evolvere il vostro stile non significa essere indietro rispetto ai grandi autori, significa darsi la possibilità di superarli. Copiare, in qualsiasi campo, significa relegarsi ad essere per sempre una brutta copia di qualcun altro. Non sarete mai, MAI come l’originale, per quanto vi sforziate, ed è lì il problema del copiare uno stile: non si migliora davvero, ed inoltre è artisticamente imperdonabile.
C’è da capire che un autore spende anni a crescere il proprio stile, nutrirlo con le migliori ispirazioni, giocandoci per sperimentare nuove tecniche, migliorando le sue debolezze e vedendolo crescere ogni giorno, in pratica per molti autori il loro stile è un figlio. Uno stile personale e riconoscibile serve a far sì che quando qualcuno mette il tuo disegno su una pagina fb senza crediti si capisca lo stesso che sei tu, che se appare su una copertina si riconosce subito anche senza leggere l’autore.
Perché la gente è pigra, e non basta avere il proprio nome da qualche parte, gli artisti sanno che devono spiccare per non essere facilmente dimenticati. E anche perché, ovviamente, a nessuno piace non sentirsi “unico”.
Una volta cresciuto questo “figlio” vederselo clonare e pure male dal primo scemo del villaggio che passa, non è bello. E sì, per concludere, copiare uno stile è male.



Ma come si riconosce uno stile copiato da un’ispirazione o un’influenza?

In realtà è molto semplice: prima di tutto un’influenza si evolve lentamente nello stile di un autore e spesso non mette radici a lungo termine, e in secondo luogo una semplice ispirazione sarà mescolata allo stile pre-esistente dell’autore. Una ispirazione dura uno, due pezzi e poi scompare per sempre. Una copia avviene letteralmente a comando del disegnatore, e quindi lo stile subisce una virata improvvisa e forzata, spesso accompagnata da copie senza vergogna e abbinata a un continuo parlare dell’autore originale dello stile, visto che come ho scritto prima, il “voglio disegnare così” porta il copiatore ad ammirare, deizzare l’originale.
Aspettate, quindi, e controllate i segni prima di balzare in groppa al destriero bianco e scassare i maroni ad un potenziale innocente, e soprattutto far venire un attacco di cuore all’artista.

Che dite, ne sapete abbastanza adesso di copie? Io passo e chiudo, ricordando a tutti quanti di venirmi a trovare al Lucca Comics, mi trovate al Japan Palace, al piano superiore in una saletta privata, con il fidato stand LuccaMangaSchool che offre anche abbondanti workshop per chi vuole passare un’ora a disegnare (e imparare!) prima di rituffarsi nella bolgia del Comics.
Cercherò di tornare a scrivere regolarmente, prometto, quindi scrivetemi le vostre idee per nuovi articoli!!

Impariamo da: Suwi

Suwi è un’artista della Repubblica Ceca, dallo stile molto particolare che mi ha fatto venire voglia di analizzarla!

In the forest – S-u-w-i

Ciò che rende i suoi disegni così particolari è, per me, l’inchiostrazione/colorazione intricata che si affianca bene alla linearità che usa sui personaggi. I suoi pezzi non sono mai noiosi o sforniti, ogni parte è al posto giusto, grazie a un senso dello spazio fuori dal comune, ed ogni linea o colore ha un posto preciso e perfetto, per dare vita a opere bilanciate con una cura che sarebbe sorprendente perfino per un professionista.

Seeking – S-u-w-i

Qual’è il suo punto forte?
La scelta dei colori non è mai casuale, e la grana della carta sempre ben visibile rende piacevolissimi i suoi pezzi, sembrano fiabe per bambini e in qualche modo, forse per l’uso dei rossi accesi per evidenziare il rossore della pelle, si riceve un calore particolare in alcuni pezzi. Non si può definire “semplice” il suo stile, nonostante a prima vista potrebbe sembrarlo, perché osservando più attentamente notiamo come quasi ogni colore contenga all’interno una decorazione, creando vitalità in quella che altrimenti sarebbe solo noiosa campitura.

Elo – S-u-w-i

Cosa possiamo imparare?

L’uso della carta è molto particolare: ne riempie spesso la maggior parte, per lasciare delle studiatissime forme che fanno parte del disegno, rendendo così la carta un “colore” invece che una superficie. Trovo che sia incredibile questo suo “scolpire” la carta trasformandola in parte dell’opera stessa. Gli spazi bianchi non vanno temuti ma imbrigliati, domati, e usati: credo sia questo il messaggio che possiamo scoprire una volta scavato nel suo stile.

Stroll – S-u-w-i

Grazie a Suwi per avermi concesso il permesso di utilizzare le immagini!

Il prossimo post solleverà una grande questione: “L’arte digitale è vera arte?” quindi fatevi notificare prima di tutti quando arriverà, usando la casella in alto “segui via mail”
Alla prossima settimana!

Impariamo da: Koyamori

Questa settimana è dedicata ai promo, e parto da un artista che ammiro da tempo: Koyamori.

Swallowed by a fish -Koyamori

I suoi personaggi sono etereii e privi di decorazione, basandosi soprattutto su uno stile lineare che rende i suoi lavori riconoscibili e piacevolissimi, deliziosamente geometrici e spesso monocromatici, che non è una scelta semplice al contrario di quel che si potrebbe pensare.
Il monocromatico, infatti, è terribilmente difficile da gestire perché l’assenza di contrasti appiattisce molto il risultato finale, ma Koyamori ci mostra con estrema grazia come utilizzare le diverse tonalità per rendere un’immagine comunque interessante.

La struttura è spontanea e la prospettiva incerta in qualche modo aggiunge alla dimensione da sogno che mantiene lo stile giocoso e calmo, nonostante la poca vitalità dei soggetti che a prima vista può inquietare, col tempo si comincia a scoprirli rassicuranti.
Perché non parlo di “fantasy”ma di “sogni”? Non si osserva curiosità nei personaggi per il mondo che li circonda, sono rilassati e consapevoli, quasi protettivi delle creature con le quali interagiscono, e posti di punto in bianco in paesaggi sfocati, mi ricorda molto di più una situazione di sogno che non un vero mondo a parte!

Little space -Koyamori

Qual’è il suo punto forte?

La sinteticità. Decisamente, è ciò che preferisco dei disegnatori orientali e d’ispirazione, essendo un cardine dell’arte nipponica sin dalle opere antiche. In questo stile sboccia perfettamente la parsimonia di tratti, e la quantità di spazi bianchi rilassa lo sguardo.
L’acquerello è il media migliore per rendere la bellezza di queste illustrazioni il più eterea possibile, e l’assenza di neri pieni rende ancora più volatile lo stile leggero, decisamente piacevole.

Parasol -Koyamori

Cosa possiamo imparare?

Koyamori ci insegna che a volte meno diventa più, grazie alla sua efficacia grafica, e ci abitua ad accettare il vuoto e la semplicità come parte integrante di uno stile, piuttosto che una sola mancanza tecnica. La spontaneità, a volte, fa più della perfezione, e personalmente mi ricorda che ogni tanto è anche bene andare dove ci porta la mano e lasciare l’esasperazione e la pignoleria da parte per un po’.

Nusi -Koyamori

Grazie a Koyamori per il permesso di usare le immagini! Qui potete trovare il suo artbook!

Noi ci rileggiamo martedì prossimo, e il post sarà un’altra delle grandi domande: “Perché devo disegnare gli sfondi?”Quindi preparate i vostri browser 😉

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